• Clara Laura Ricci

Etiopia: il caffè della Valle dell'Omo


Etiopia: uno dei paesi più estesi dell’Africa sub - sahariana. Terra meravigliosa e rara per le bellezze naturali, stupefacenti ed inaspettate. Terra vecchia quasi come il mondo, solcata da fiumi ed abbellita da laghi; scalata da vette vertiginose e depressioni infuocate; abitata da etnie e popoli che la raccontano nella loro quotidianità, fatta molto spesso di estremi che nei millenni si riportano e si ripercorrono ciclicamente, come ad onorare una promessa solenne. La sua capitale, Addis Ababa sviluppa la propria mappa urbanistica da 2300 metri circa a 3000 metri sopra il livello del mare e si trova ai piedi delle montagne di Entoto: è da qui che partono tutti gli itinerari turistici volti alla scoperta di questo bellissimo paese, uno dei più interessanti di tutto il corno d’Africa. Il nostro interesse per l’Etiopia nasce per le sue meraviglie culturali ed artistiche, naturalistiche e paesaggistiche ma soprattutto per un prodotto del quale iniziammo a parlare qualche tempo fa ed al quale vorremmo dedicare approfondimento e spazio: per raccontarne la storia, per esaltarne l’importanza, giacché dagli antichissimi tempi viene coltivato, raccolto e consumato: il caffè.

DOVE VIENE COLTIVATO IL CAFFE’?

Esclusa forse la Dancalia, superba ma non adatta alla proliferazione di forme di vita, dato il contesto geomorfologico che la contraddistingue, per il resto l’Etiopia è un paese ricco di acqua e di terreni fertilissimi di origine vulcanica, quindi, adatti alla coltivazione di frutta, ortaggi ed ovviamente caffè. Sole, acqua e composizione chimica del terreno sono gli elementi fondamentali alla crescita di questa pianta ed al suo sviluppo caratteriale. Anche in Etiopia il caffè cresce ad una altitudine che varia dai 1200 ai 2750 metri sopra il livello del mare: la raccolta avviene tra ottobre e dicembre, estesa al massimo fino al mese di febbraio.

Il nome che porta il caffè in questo paese viene determinato dalle sue regioni di provenienza che non sono poi così poche.

Il caffè Sidamo cresce nell’omonima regione, a sud della zona dei laghi e della terra dei Guraghe e porta il nome della popolazione dell’area: viene anche denominato “ caffè da giardino” poiché rappresenta l’operato di piccoli produttori locali che poi consegnano il loro raccolto alle stazioni di lavorazione: In tazza ha un buon equilibrio ed un buon corpo con leggere note floreali.

Il caffè Yirgacheffe si produce nella foresta del Kaffa, a sud est di Addis Ababa, crescendo ad una altitudine compresa tra i 1750 ed i 1850 metri, presenta un gusto corposo, speziato e con note di limone

L’Harenna Forest, porta il nome della sua zona di produzione tutta “ al naturale”, con crescita spontanea di arbusti, all’ombra di alberi robusti e centenari ad una altitudine di circa 1600 metri: proprio per questo suo sviluppo alla stato "brado", viene considerato un tipo di caffè molto pregiato.

Il Djimmah e la leggenda delle “capre ballerine”

Il caffè Djimmah che cresce in questa area, il Kaffa, del territorio etiope, a circa 1300 metri sopra il livello del mare, presenta un gusto ben bilanciato ed il suo nome è legato senza dubbio ad una leggenda antica.

Narra infatti il racconto che un pastore molto giovane, Kaldi, originario di Jimma, la capitale della regione del Kaffa, abbia scoperto glie effetti benefici e stimolanti del caffè osservando le capre che curava. Infatti, il pastorello, si rese conto che queste ultime mangiavano molte di queste bacche sconosciute e poco dopo la loro energia aumentava esponenzialmente. Decise di assaggiarle e notò in realtà gli stessi effetti sulla sua persona. Un monaco dei tanti monasteri, che passava casualmente da lì, notò lo stato di euforia del ragazzo che gli raccontò di queste bacche "magiche". Il monaco decise allora di assumerne alcune e masticarle, vedendo quanto ore di preghiera riusciva a sostenere senza stancarsi. Decise di proporle anche ai suoi confratelli ed iniziò cosi a conoscersi questa pianta, il cui frutto all’inizio veniva masticato, usando le bacche al naturale o mischiandole al ghi, termine che indica il burro bollito( oggi in alcune aree remote dell’Etiopia si usa ancora consumere il caffè così). Fu solo successivamente che si procedette alla sua lavorazione e di conseguenza alla sua assunzione in forma liquida.

Caffè Harar o Harrar: l’harar cresce fra i 1510 e i 2120 metri sul livello del mare e subisce solo il trattamento a secco. I chicchi vanno da medio a grandi ed è conosciuto per il suo gusto corposo e pieno, il sentore di spezie, l’aroma di terra e cioccolato, di frutti di bosco: qualcuno sostiene che la tipologia “unwashed” di questo caffè sia una delle migliori al mondo tra quelli che crescono spontaneamente.

IL RITUALE DEL CAFFE’

Il caffè in lingua etiope si chiama “bunna”: venne introdotto in questa terra dallo Yemen nel corso del XIV secolo, dove acquisì la nomenclatura di “qahweh”, termine arabo che probabilmente doveva rievocare la regione del Kaffa, dove vennero scoperte le prime piante. Successivamente , prima di arrivare all’infuso ottenuto dai chicchi arrostiti, si procedette ad elaborare una sorta di vino ottenuto dalla polpa fermentata dei frutti. Bere il caffè in Etiopia è un rituale, un po’ differente dal nostro: il popolo etiope lo pone al centro di un elaborato cerimoniale a fine pasto, anche se oggi in molti luoghi di degustazione tutto avviene in forma più contratta.

Nella tipica dimora etiope è la donna che a fine pasto da inizio a questa “liturgia”. Viene innanzitutto sparsa dell’erba fresca sul pavimento di casa, per portare la sua fragranza ai commensali e per introdurre la degustazione; successivamente viene acceso dell’incenso e nel contempo si distribuisce ai commensali del cibo da degustare nell’attesa. Vengono così intanto arrostiti i chicchi di caffè, posti in una scodella ed agitati costantemente sopra la fiamma per farli tostare uniformemente. Una volta effettuata questa operazione la donna tornerà dai suoi commensali e mostrerà loro il caffè , muovendolo sotto le loro narici affinchè se ne sprigioni la fragranza. Una volta “accontentati” tutti, la donna tornerà in cucina ed inizierà a pestare i chicchi in un mortaio, per riapparire con una brocca d’argilla tonda e panciuta, all’interno della quale si trova dell’acqua che porterà ad ebollizione insieme al caffè pestato. Fatto ciò il caffè sarà pronto da versare nelle tazzine, con aggiunta di un ramoscello di ruta. Il rituale viene eseguito dalle due alle tre volte, sempre con lo stesso caffè utilizzato al primo “giro”. Risultato? La sua intensità svanirà leggermente: gli etiopi dicono che il primo caffè è per i padri, perché forte e corposo, il secondo per le madri ed il terzo per i bambini.

UN ITINERARIO AL GUSTO DI CAFFE’ NELLA VALLE DELL’OMO

Una valle ricca quella dell’Omo, che sviluppa la sua area attraversata dall’omonimo fiume. Una valle celebre dico io, per i resti ritrovati di australopiteco ed homo sapiens risalenti a due milioni e mezzo di anni fa e testimonianza che la culla dell’evoluzione umana fu proprio qui. Crocevia di popoli migranti, portatori di diverse culture, ancora oggi ospita moltissime etnie dedite all’agricoltura, alla pastorizia ed alla pesca. Un territorio di delicatissimo equilibrio, che accompagna il fiume verso il lago Turkana, il fiume della vita, sulla cui esistenza si fondano la sopravvivenza di flora, fauna e razza umana. Mi affascina da sempre il viaggio inteso come scoperta ed incedere di passi per inseguire i viandanti saggi che sempre sanno dove arriveranno. Per questo motivo ogni volta che giungo in una destinazione cerco di entrare in sintonia da subito con ciò e chi mi circonda: per questo ho deciso di raccontare questo diario di viaggio, nella speranza di spingere alcuni di voi a ripercorrerlo, scoprendo le origini del caffè e dell’uomo allo stesso tempo, circondati da paesaggi che sono stupore ed incanto.

L’ARRIVO

“Arriviamo ad Addis Ababa, capitale dell’Etiopia in una giornata come tante: i nostri corrispondenti ci attendono all’aeroporto per accompagnarci in hotel e depositare i nostri bagagli. Una capitale interessante questa, con le sue larghe strade alberate, le architetture “mischiate” sapientemente a certe incongruenze colorite, fatte di carretti ambulanti trainati da asini e caotico ordine, tipico di queste grandi città africane.Bar, negozi, aromi che fluttuano nell’aria frizzante data dall’altitudine, vociare, musica: un’atmosfera cosmopolita ed allo stesso tempo etnica che rapisce il nostro interesse prima di iniziare questa avventura. Io porto con me la macchina fotografica che è già accesa e carica; serve per immortalare ogni angolo, per ricordare, per risvegliare i miei sensi una volta che sarò tornata a casa. Mi sporgo dal finestrino, sorrido, mi godo il vento del moto e sono già immersa in questo clima, come ogni volta mi accade: ogni volta che inizio un viaggio, che apro gli occhi su un piccolo o grande lembo di suolo terrestre, sempre affamata di sapere e di curiosità. Mi spinge qui la voglia di raccontare quando torno, per arricchire la mente dei miei ospiti, dei miei lettori; per stuzzicare la sete altrui e perché amo questo meraviglioso pianeta. Siamo atterrati in mattinata e, dopo avere visitato la città con le sue innumerevoli attrattive, il museo Nazionale ed il museo Etnografico, continueremo “voluttuosamente” da Tomoca, una delle più antiche e migliori case produttrici di caffè in capitale, fondata nel 1953: una sosta rigenerante che serve a risvegliare il nostro olfatto, a deliziare il nostro palato e preparaci alla fase finale di questo primo giorno intenso ed appagante: una splendida veduta panoramica dalla collina di Entoto, il punto più scenografico di Addis Ababa. Domani partiremo alla volta di Tiya e Langano: ci aspettano un tragitto di circa 250 chilometri e tante sorprese.

LA PARTENZA DI MATTINA ED IL CERIMONIALE DEL CAFFE’

Alla mattina presto si preparano in fretta di nuovo le valigie: funziona un po’ così nei viaggi di lavoro: ogni sera una sosta in un luogo differente, ogni giorno centinaia di chilometri macinati per vedere il più possibile, ogni mattina si chiude una valigia che alla fine del viaggio, sarà irriconoscibile, almeno la mia! Ma che soddisfazione alla fine. Il caffè mi aspetta fumante insieme ad una colazione salata: il borsone è pronto , i dispositivi mobili caricati a dovere, il corpo macchina e gli obiettivi frementi per lo scatto del giorno, il taccuino degli appunti con la sua penna lì, pronti a memorizzare. La jeep si mette in moto e si parte verso il vero cerimoniale del caffè. E’ sicuramente una grande emozione e quanta differenza dal nostro “bere” frettoloso appoggiati al bancone di un bar: certo qui tutto il concetto di tempo assume una connotazione differente, che, a dire il vero, non mi dispiace per nulla. L'erba sul pavimento fruscia, i chicchi tostano, il mortaio canta gli aromi e poi, ecco la tazzina fumante che arriva con tutto il sorriso che la gente qui sa regalare. Quasi malvolentieri lascio questo momento che mi ha fatto stare bene: è ora di risalire sul nostro fuoristrada e di dirigerci verso il nostro lodge per il meritato riposo.sito archeologico di Tiya, dove potremo ammirare le stele funerarie ben conservate, continuando poi la nostra giornata in una casa tipica dell’area dei Guraghe, dove potremo assistere al primo

L’ETNIA DEI DORZE E LE TELE DAI MILLE COLORI

Oggi ci dirigeremo invece con i nostri fuoristrada verso Arba Minch, la “ città delle 40 sorgenti”, come recita il suo significato in aramaico: un tragitto che porta complessivamente 330 chilometri di percorso e che ci permetterà di osservare la ricca vegetazione che costeggia la strada, puntellata qua e la da villaggi e piccole cittadine. Lo scenario si prepara per aprirsi durante il viaggio sul villaggio di Chencha, dove vivono i rappresentanti dell’etnia Dorze, famosi per i loro manufatti tessili, colorati e meravigliosi e per le loro abitazioni, i cui tetti sono realizzati con foglie di banano. Qui gli uomini si dedicano all’agricoltura e si occupano di tessere, come in alcune aree del Perù del resto, mentre le donne, filano il cotone e lavorano nei campi. Rimango davvero affascinata dai colori solidi e sgargianti di queste tele, dalla grande manualità e creatività di questi artigiani: scatto foto mentre il giorno volge al termine e ci rimettiamo in cammino verso la meta finale.

DEI LAGHI E DELLE ETNIE

In questa giornata i nostri chilometri di percorrenza saranno circa 250: raccolgo le mie cose in fretta dalla camera del lodge e come al solito, il mio bagaglio aumenta esponenzialmente. Ho acquistato dei teli bellissimi che porterò a casa: idee anche per regali e sempre qualcosa che poi, quando guardo, mi fa tornare alla mente gli incontri, i volti, i sorrisi, orgogliosa di avere anche contribuito all’economia locale ed avere stretto mani dure e callose ma anche calde e ricche di anima. Eccoci oggi, diretti verso il lago Chamo, il terzo più grande di Etiopia: ippopotami e coccodrilli, come navi da crociera esclusive, sbuffano tra le acque, si rigirano, si immergono ed emergono, mentre una grande varietà di uccelli si libra nell’aria e muove il cielo: la natura non finisce mai di sorprendermi. Il villaggio Tsemay è sulla strada: qui la gente si dedica alla coltivazione del mais e del sorgo, adagiati alle sponde del fiume Weyto: parlano una lingua “cuscitica”, che li accomuna molto agli Arbore, altra etnia presente sul territorio. La prossima etnia che incontreremo sono gli Ari: popolazione che occupa un territorio molto esteso, possedendo mandrie e producendo miele, una birra locale a base di mais e prodotti locali che vengono poi rivenduti: compro la birra locale, sono curiosa di assaggiarla! In queste aree si svolgono anche molti mercati, il giovedì quello di Key Afer, il lunedì quello di Kako: il mercato è comune in tutto il mondo ed è curioso spesso vedere come ci siano analogie di trattazione, una cosa che io adoro fare!! Anche solo per comprare un piccolo oggetto: mi piace, perché dalla trattativa scendo alle domande, sento raccontare, fotografo, ascolto e la mia mente registra, il mio cervello si nutre ed ancora un piccolo pezzo in più di mondo entra nel mio cuore. IL CAFFE’ DEGLI HAMER

Oggi 290 chilometri saranno percorsi con il nostro fuoristrada che ormai porta le orme delle nostre scarpe, il bagagliaio sempre più pieno, i sorrisi dei rangers e degli autisti che sono il nostro ausilio più prezioso, mischiati a tutta quella serie di piccoli oggetti che si accumulano: mappe, caramelle, una maglia per l’escursione termica, la borraccia dell’acqua dimenticata la sera prima che i nostri assistenti hanno riempito scrupolosamente! La jeep diventa un po’ come la tua seconda casa ambulante ed a fine tour, quasi ti dispiace lasciarla lì, è diventata un pezzo della tua storia. Oggi incontreremo la popolazione Murai, uno dei momenti più significativi del viaggio. Le loro donne si abbelliscono usando mettere piattelli di argilla circolare nelle labbra, gli uomini presentano sulla pelle incisioni che indicano il numero di animali uccisi e sacrificati o dei nemici uccisi in battaglia. La giornata continuerà verso Jinka e successivamente faremo meta verso un villaggio Hamer, dove vive una popolazione di circa 45.000 individui, famosi per il loro modo “tribale” di dipingersi il corpo. Durante i mesi di Febbraio, Marzo ed Aprile, gli Hamer danno vita ad un cerimoniale, denominato “salto del Toro”, durante il quale i ragazzi segnano il loro passaggio dalla pubertà alla età adulta. Entriamo in una capanna tipica ed assistiamo curiosi alla preparazione di un cerimoniale del caffè anche qui.Un sorso ristoratore, qualche foto scattata chiedendo sempre rispettosamente il permesso e tanti pensieri nell’osservare come a volte, basti poco per riempire di significato un momento della nostra vita: un pavimento, uno sgabello, qualche pelle gettata sulla terra nuda ed un caffè caldo servito “ alla fine del mondo”, sono molto di più di mille cose materiali possedute, sono straordinarietà.

DELL’ETNIA DEI GUERRIERI

Il mattino giunge in fretta: alla sera ceniamo e ci raccontiamo la nostra giornata, osserviamo gli appunti di viaggio, riguardiamo gli scatti e prendiamo del tempo a considerare: ma tutto ciò ha un prezzo! Le ore di sonno non sempre sono abbastanza e così, la sveglia che trilla, ahimè, trilla pesantemente. Ci spinge avanti la frenesia di scoperta, la voglia di capire, di incontrare e così, eccoci qui, dopo una lauta colazione, pronti con lo zaino in spalla. Ci dirigeremo verso Omorate, la regione del popolo dei Galeb, conosciuti anche come Dessanech e che vivono nelle vicinanze del lago Turkana. Popoli di grandi guerrieri questi, che durante le danze tradizionali indossano un copricapo che ricorda la criniera del leone, re assoluto della savana. La nostra giornata prosegue nel pomeriggio con una visita ad un villaggio Karo, una popolazione nilotica dove gli uomini presentano fisici molto atletici ed imponenti, dipingendosi con calce, argilla,ceneri di legno e carbone mentre le donne riservano molta cura ed attenzione nell’acconciare le proprie chiome, adornandosi con fiori, piume, perline. Le loro danze ed i loro rituali celebrano i raccolti, l’amore ed il matrimonio nonché, come avviene in quasi tutte le tribù africane, l’iniziazione dei giovani all’età adulta. Siamo catapultati sicuramente in un’altra dimensione, mi dico, fatta di istinto, di basicità, di primordialità che , in realtà, connette l’uomo alla terra in forma molto solida e profonda, lo fa entrare nelle sue viscere: lo assembla al suo significato che percorre i momenti salienti della vita, la nascita, la crescita, la riproduzione, la morte. Forse concetti distanti da noi, così abituati a vedere le cose complesse, contorte, complicate: sicuramente qualcosa che però riporta i piedi al suolo come ci fosse una calamita e negli estremi, ci fa trovare ordine. Raccolgo le mie cose: torniamo a Turmi, da dove siamo partiti stamane ed il mio diario di viaggio, si riempie sempre di più, di note, scarabocchi, disegni, concetti, pensieri. E’ finito un altro giorno, 280 sono stati i chilometri percorsi.

DEI GIOIELLI E DELL’AGRICOLTURA

In questa giornata ci sposteremo da Turmi verso Arba Minch, fermandoci presso un villaggio Arbore, dove si realizzano gioielli locali fatti di alluminio e perline. Molto particolari le loro collane che vengono avvolte attorno al collo in vari fili e che nei loro colori esprimono arte e vivacità. Il pranzo, come in quasi tutte le giornate sarà al sacco: un po’ per comodità, un po’ per risparmiare tempo prezioso che ci porterà presso il villaggio di Gamole, dove vive la gente Konso, agricoltori di estrazione che sapientemente usa “terrazzare” i terreni che coltiva. Osservano e studiano il sole e la luna nei loro movimenti che così tanto influenzano la vita sul nostro pianeta, vivono su un territorio esteso e nelle capanne che si vedono nei villaggi dormono solo donne, bambini ed anziani; i maschi giovani ed adulti , dall’età di 14 anni, vivono in abitazioni separate, dette “marana” e sorvegliano la quiete del luogo. E’ giunta la sera e ci riversiamo nel nostro hotel stanchi ed appagati: abbiamo percorso anche oggi 290 chilometri con il nostro fuoristrada.

LE PIANTAGIONI DI CAFFE’

Stamane sveglia presto, come sempre: penultimo giorno quì, non ne ho mai abbastanza e poi, finalmente, oggi visiteremo una piantagione di caffè. Ci dirigiamo così ad Yirgalem da dove partirà la nostra escursione per conoscere la zona delle coffee farm produttrici: assisteremo alle spiegazioni che ci racconteranno come si raccoglie il caffè e come da questa pianta arriviamo a degustarne il suo aroma in tazza. Un’occasione unica per scattare foto magnifiche, ascoltare storie interessanti e carpire informazioni su questa bevanda che tutto il mondo conosce. Ci attende un percorso di trekking nella foresta che circonda Yirgalem, dove potremo osservare flore e fauna locali e visiteremo un villaggio Sidamo di coltivatori diretti di caffè. Qui assisteremo anche ad una breve dimostrazione di come si lavora il “falso banano” che poi si utilizza anche per la copertura dei tetti delle capanne. Seguirà un graditissimo rituale di degustazione del caffè locale. Sono felice e soddisfatta di questa giornata: amo stare a contatto con la natura, amo conoscere popoli e tradizioni. La mia macchina fotografica esplode di gioia, le schede sono cariche di immagini che porto a casa ed il mio diario di viaggio, che qui per ragioni di spazio devo “restringere” ha in memoria tanta umanità, tanta arte, tante genti di questo antico continente, affascinante ed unico.

Domani sarà l’ultimo giorno qui in Etiopia, poi si volerà a casa.

VERSO ADDIS ABABA

Con un po’ di malinconia come sempre accade raccolgo le mie cose, impacchetto la mia borsone che oramai ha superato la soglia del peso consentito a bordo, controllo i documenti di rientro e faccio il ceck out dal mio lodge. Sulla strada di rientro verso Addis ci fermiamo per visitare un mercato del pesce ad Hawassa ed il lago omonimo, circondato da morbide montagne e dove, con un po’ di fortuna, potremo osservare cicogne, oche egiziane, aironi, martin pescatori. Hawassa è uno dei laghi della Rift Valley, spaccatura terrestre creatasi nei millenni precedenti che attraversa l’Africa longitudinalmente e che in Etiopia divide nettamente l’altipiano da nord - est a sud -ovest. Il pomeriggio siamo già in capitale dove lasciato l’hotel, mi avventuro per acquistare qualche regalo ancora: qui il pellame è strepitoso, morbido, ottima manifattura e costi assolutamente congrui! Ultimi minuti, corro verso l’aeroporto, saluto le mie fantastiche guide che ci hanno accompagnato , deliziato e sopportato e con un nodo in gola entro nel tunnel di raccordo al mio aeromobile. Si chiude il portellone, allaccio la cintura, sguardo veloce dall’oblò: è stato come sempre emozionante, come sempre un’avventura da non dimenticare e come sempre da raccontare. Chilometri percorsi a terra: 320. Chilometri percorsi via aria: 4.549.

LA BIRRA DELLA VALLE DELL'OMO

Questa bevanda viene prodotto da molte popolazioni etiopi ed africane e qui in Etiopia si chiama "borde". Pare sia originaria della zona dei Konso, dove viene invece chiamata "cekka", bevuta quotidianamente da pastori e da contadini. Questo tipo di birra è composta prevalentemente da sorgo e mais: i germogli del mais vengono macinati insieme al "ghescio" (luppolo) dopodiché la mistura viene fatta fermentare nell'acqua per un periodo variabile. Viene poi servita calda in una ciotola di kalabas oppure in una lattina di lamiera. La sua consistenza è molto densa, infatti viene spesso usata come pasto sostitutivo. Il gusto è acidulo, questo dovuto alla sua lunga fermentazione.

INFORMAZIONI DI VIAGGIO E RIFERIMENTI

Documenti necessari: per ingresso nel paese è necessario un passaporto in corso di validità, con una data di scadenza non inferiore ai 6 mesi.

Vaccinazioni e profilassi: consigliamo la profilassi anti malarica qualora si visitasse il paese nei mesi più umidi o piovosi ed in generale a scopo preventivo. Consigliamo altresì di rivolgersi al proprio distretto ASL o di rivolgersi al proprio medico per tutte le informazioni aggiornate e necessarie.

Stagionalità: l'Etiopia è una paese che può essere visitato tutto l'anno. Tuttavia, dipendendo dalle aree interessate in itinerario, consigliamo di rivolgersi al proprio operatore turistico specializzato per informazioni in merito. No ai viaggi fai da te, soprattutto in alcune zone, considerate a rischio.

Sicurezza: le norme di ordinaria amministrazione sono sempre benvenute. Quindi non bere che acqua sigillata in bottiglia, non consumare cibi crudi (carne e pesce) e per quanto riguarda la circolazione nel paese, viaggiare sempre accompagnati da guide certificate che si appoggiano a tour operator locali garantiti e seri. Il fai da te non è proprio il caso.

RINGRAZIAMENTI

Un ringraziamento va a Lake Tana Tours ed ad Elisabetta Gabbarini per tutte le preziose informazioni concesse

VIAGGI IN ETIOPIA

Qualora voleste viaggiare in destinazione, vi consigliamo di rivolgervi alla nostra mail

cucinedalmondo5@gmail.com

per potere avere tutti i riferimenti di Lake Tana Tours, operatore da anni specializzato e residente. Sarà un piacere potervi aiutare.

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